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Il valore della luce

Dall’altro lato del telefono scese il silenzio.

Un silenzio denso, non di imbarazzo, ma di attesa. Mizuki rimase immobile, con il cuore che batteva nel petto come un uccello in gabbia, aspettando che quel filo invisibile teso tra loro diventasse un legame o si spezzasse per sempre.

Il silenzio di Ren durò solo pochi secondi, ma a Mizuki parvero un tempo infinito, uno spazio in cui i dubbi fecero in tempo a fiorire ed appassire.

Poi, finalmente, arrivò il suono delle parole di Ren.

«Mizuki!!» ripeté lui. «Speravo che il telefono squillasse, ma una parte di me pensava che avresti preferito lasciare quel momento nel retrobottega, insieme ai vecchi vinili.»

Mizuki si lasciò scivolare contro la parete, sedendosi a terra, circondata dai suoi oggetti carichi di ricordi. «Ci ho pensato tanto all’inizio. Hyaku mi ha aiutata a capire che alcune cose non possono restare ferme… E poi mi hai chiesto se volevo vedere come fosse venuta la foto…»

«Certo…» rispose lui, e lei sentì in sottofondo il rumore di passi sul selciato, forse stava camminando. «Pensa… Ho passato gli ultimi giorni a chiedermi se avessi ancora il mio numero. Sono davvero felice che tu l’abbia usato.»

Mizuki chiuse gli occhi. «Ed io sono contenta di sentirti!» ammise in un sussurro.

«Dobbiamo vederci, Mizuki.» ribatté Ren.

«Sì», rispose lei senza esitare. «Sì, vediamoci.»

«Ho un’idea! Prendi il treno per Shiga. C’è un punto, vicino al santuario di Omi Jingu, dove la riva del lago Biwa si apre e sembra non finire mai. C’è un vecchio pontile in legno poco distante dal Torii nell’acqua. Ti va se ci vediamo lì domenica? Al tramonto, quando le montagne si riflettono nel blu.»

Mizuki visualizzò la scena: il tragitto in treno, il cambio d’aria e l’immensità del Biwa che l’aspettava.

«È perfetto. Al pontile vicino al santuario, allora.»

«Ti aspetterò lì, Mizuki.»

…

Il viaggio da Kyoto non fu una semplice successione di chilometri, ma una lenta transizione dello spirito, un distacco necessario.

Mentre il treno della linea Kosei prendeva velocità, Mizuki premette la fronte contro il vetro fresco del finestrino, osservando i profili delle case farsi sfocati.

La città, i suoi templi chiusi e i segreti sussurrati dietro i paraventi, lasciava il posto a una natura che non chiedeva permesso per esistere. L’odore misto di incenso, legno stagionato e asfalto riscaldato, veniva sostituito gradualmente da un’aria più pungente che inondava il vagone.

Poi, arrivò il buio improvviso di alcune gallerie. In quegli istanti di vuoto, Mizuki vide il proprio riflesso nel vetro, a tratti appannato dal proprio respiro.

Quando il convoglio emerse dall’ultima galleria, il Lago Biwa apparve come un’apparizione: una distesa d’acqua così vasta da confondersi con il cielo, un blu profondo che sembrava lavare via la polvere dei suoi dubbi.

L’impatto visivo fece sciogliere l’ansia di Mizuki; Quell’acqua calma lavava via la polvere dei dubbi e il peso dei silenzi accumulati.

Scesa dal treno, venne accolta dal un’aria diversa, più fredda, che sembrò schiaffeggiarle il viso. Mizuki si strinse nel cappotto, sentendo la lana ruvida pizzicarle il collo.

Poi lo vide. Il grande Torii vermiglio non era solo un’immagine, era una presenza. La superficie del legno rosso, scrostata dal sale e dal tempo, portava i segni di molte tempeste.

Per secoli aveva segnato il confine tra il mondo degli uomini e quello degli spiriti.

Poco distante, sul vecchio pontile, la sagoma di Ren tagliava l’orizzonte. Lui era di spalle, avvolto in un maglione scuro.

Mizuki mosse un passo, poi un altro; il legno del pontile scricchiolò sotto le sue scarpe, un suono secco che parve un richiamo. Si fermò a pochi centimetri da lui.

Ren non si voltò subito. Aspettò che lei gli fosse quasi accanto, finché entrambi non si ritrovarono allineati a guardare il Torii che galleggiava nel blu.

«È rimasto esattamente come lo ricordavo…» disse lui, senza distogliere lo sguardo da quel legno scarlatto che emergeva dall’acqua. «Immobile, mentre tutto il resto intorno cambia.»

Mizuki rimase in silenzio per un lungo istante, lasciando che il ritmo delle onde che battevano contro i piloni del molo calmasse l’ultimo residuo di ansia. Un suono ipnotico.

…

Ren accennò un passo verso di lei. «Ho portato la foto…»

Mizuki sentì il calore salirle alle guance. Ricordava bene quel momento. «Sono molto curiosa di vederla!»

Ren esitò un istante, come se quel piccolo rettangolo di carta avesse un peso ben più grande di quanto sembrasse. Poi infilò la mano nella custodia di cuoio bruno della Rolleiflex e tirò fuori una busta gialla.

«Non è venuta esattamente come pensavo…» disse, porgendogliela.

Mizuki inclinò la testa, un sorriso appena accennato sulle labbra. «Questo la rende ancora più interessante.»
Le loro dita si sfiorarono per un attimo mentre prendeva la busta, e quel contatto fugace bastò a farle abbassare lo sguardo.

Il lago Biwa alle loro spalle era calmo, increspato appena da una brezza leggera. Il sole stava iniziando a scendere, tingendo l’acqua di riflessi dorati simili alla luce che filtrava dalla finestra della sua bottega quel giorno.

Mizuki aprì lentamente la busta, quasi con rispetto. Tirò fuori la fotografia… e i suoi occhi si illuminarono subito.

«Oh…» lasciò sfuggire, sorpresa.

Ren trattenne il respiro. «È… troppo sfocata? O forse…»

«No, no!» lo interruppe subito lei, scuotendo leggermente la testa.

Alzò lo sguardo verso di lui, con un sorriso sincero che le scaldava il viso. «È bellissima.»

Ren sbatté le palpebre, colto alla sprovvista. «Davvero?»

Mizuki annuì, tornando a guardare la foto. «Sì. La luce… e poi…» esitò un attimo, quasi imbarazzata. «Sembro… felice.»

Ren abbassò appena lo sguardo. «Lo eri.»

Lei arrossì, stringendo delicatamente la fotografia tra le dita.

«Mi piace che sia questa la prima foto che ho scattato da quando hai riparato la mia Rolleiflex.» disse lui, grattandosi la nuca, un po’ in difficoltà. «Non avevo pianificato niente.»

«Si vede!» rispose lei ridendo, ma senza ironia.

Poi sollevò di nuovo la fotografia, osservandola con attenzione, come se volesse imprimersela nella memoria. «Proprio per questo è speciale.»

Abbassò lentamente la mano, ma continuò a sorridere. «Grazie, Ren.»

Una folata di vento le mosse i capelli, e per un attimo Ren rivide esattamente la scena della foto, come se il tempo si fosse piegato su se stesso.

«Posso tenerla?» chiese lei, con un filo di voce.

Ren sorrise, questa volta senza esitazione. «L’ho portata per questo.»

Mizuki annuì, e poi fece un piccolo passo verso di lui. «Allora…» disse, guardando il lago. «Dovresti scattarne un’altra.»

Ren sbatté le palpebre. «Adesso?»

Lei gli rivolse un sorriso più timido, ma sincero. «Così possiamo vedere se anche questo momento… rimane.»

Ren rimase in silenzio per un istante, poi prese la macchina fotografica dalla borsa. La sollevò lentamente.

«Allora non muoverti,» disse, cercando di sembrare serio.

Mizuki ridacchiò piano. «Non prometto niente.»

E mentre il sole continuava a calare sul lago Biwa, Ren mise a fuoco non solo l’immagine davanti a sé, ma anche qualcosa che, fino a quel momento, non aveva mai saputo nominare.

…

«Forse avevamo solo bisogno di un posto abbastanza grande per contenere tutto questo…», sussurrò lei, voltando il capo verso di lui.

Ren si voltò a sua volta. «O forse avevamo solo bisogno di un posto che non ci chiedesse di spiegare il perché, di tutto questo…».

«Pensi che il tempo sia passato davvero, Ren? O siamo noi che abbiamo girato in tondo per ritrovarci al punto di partenza?»

«Il punto di partenza è un’illusione,» rispose lui, e la sua voce si abbassò di un tono. «Due mesi fa eravamo due estranei. Oggi siamo qui, a guardare un lago che non ci appartiene.»

Fece una pausa.

«Non è il tempo che è passato. È la distanza che si è assottigliata. E non so se è stato il vento a spingerci o se siamo stati noi a smettere di opporre resistenza.»

«A volte è più facile lasciarsi trascinare che spiegare dove si vuole andare!» esclamò Mizuki.

Ren accennò un sorriso fugace sul volto. «Allora non diciamo nulla. Restiamo qui finché questa luce non decide cosa fare di noi.»

…

Il vento si fece un po’ più fresco, increspando l’acqua e portando con sé il profumo umido della sera. Per un attimo nessuno dei due parlò, come se entrambi sapessero che quel momento stava per finire.

Mizuki infilò con cura la fotografia nello zaino.

«Adesso…» disse piano, guardando verso il sentiero che costeggiava la riva. «Dovrei tornare a casa…»

Ren annuì, anche se non sembrava del tutto convinto. «Sì… anche io.»

Rimasero fermi ancora un istante, uno di fronte all’altra, con quella leggera esitazione che si ha quando non si vuole davvero andare via.

Mizuki fece un piccolo respiro, poi sollevò lo sguardo. «Però…»
Si fermò, come se stesse scegliendo bene le parole. «Non voglio che questa sia solo… una coincidenza.»

Ren la guardò, attento.

Lei accennò un sorriso, più timido questa volta. «Cioè… senza una macchina fotografica da riparare, o una foto da restituire…»

Ren lasciò uscire un breve sospiro, quasi sollevato, e sorrise. «Sarebbe un peccato aspettare che si rompa di nuovo.»

Mizuki ridacchiò piano. «Già.»

Un altro attimo di silenzio, ma questa volta più leggero.

«Posso scriverti?» chiese lui, con semplicità.

Mizuki annuì subito. «Mi farebbe piacere.»

«E magari…» continuò Ren, prendendo un po’ di coraggio. «Possiamo rivederci. Anche senza scuse.»

Lei abbassò lo sguardo per un secondo, poi tornò a incontrare i suoi occhi. «Sì. Mi piacerebbe davvero.»

Il sole era ormai basso, e le loro ombre si allungavano lungo il sentiero.

Mizuki fece un passo indietro. «Allora… a presto, Ren.»

«A presto, Mizuki.»

Lei si voltò per prima, iniziando a camminare lungo la riva. Dopo qualche passo si fermò un attimo, si girò e gli fece un piccolo cenno con la mano.

Ren rispose al gesto, restando lì finché non la vide allontanarsi.

Poi anche lui si incamminò nella direzione opposta.

…

Mizuki prese l’ultimo treno della giornata per tornare in città. Si rannicchiò contro il sedile, mentre il ritmo delle rotaie cullava i suoi pensieri; il viaggio le sembrò molto meno lungo di quanto non fosse stato all’andata.

Fuori dal finestrino, il paesaggio era diventato un acquerello in movimento. Quando scese, fu accolta dall’aria prepotente della sera che profumava di asfalto raffreddato e resina. Il cielo era ormai tinto di un blu elettrico profondo, e nel silenzio crescente le prime luci delle case iniziavano ad accendersi una dopo l’altra, come piccole stelle dorate che bucavano la penombra urbana.

La sua idea iniziale fu quella di tornare direttamente a casa, ma i suoi passi presero un’altra direzione. Le strade familiari la guidarono senza bisogno di pensarci troppo, immersa in una sorta di automatismo rassicurante. Senza rendersene conto, si ritrovò dove il cuore l’aveva spinta, finché non si fermò davanti alla vetrina della sua bottega.

«Buonasera Hyaku…» mormorò piano.

Prese le chiavi, infilò quella giusta nella serratura e aprì la porta. Il Doarin sopra l’ingresso tintinnò, rompendo il silenzio. Una volta chiusa la porta alle sue spalle, fu catturata dal profumo del legno e dagli scaffali pieni di oggetti.

Si avvicinò al bancone, appoggiò lo zaino e tirò fuori la busta. Prese la fotografia e la inserì in una delle vecchie cornici che trovò in negozio, poi la osservò sotto la luce calda di una lampada ad olio appena accesa.

Il sorriso che le restituiva era lo stesso di quel giorno.

«Bentornata a casa.»