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La melodia del futuro

L’estate aveva avvolto la città in una morsa umida già dalle prime ore del mattino. Le nuvole si erano raccolte sopra i tetti durante la notte, lente e silenziose, fino a trasformare il cielo in una distesa grigia e compatta.

Mizuki percorse il vicolo che conduceva al negozio Hyaku a passo svelto; l’aria aveva quell’odore particolare che precede i temporali estivi.

Quando raggiunse l’ingresso del negozio infilò la chiave nella serratura quasi di corsa: un paio di scatti e la porta si aprì. Mizuki entrò e la richiuse velocemente alle proprie spalle. Fu proprio in quell’esatto istante il cielo si spezzò.

La pioggia iniziò a cadere con violenza improvvisa, le gocce martellarono il tetto e i vetri della grande vetrata ad arco con un rumore denso, ritmico e assordante. Mizuki rimase lì, ferma per qualche secondo, con una mano ancora sulla maniglia.

Poi sorrise. «Per un soffio…»

Il Doarin sopra la porta tintinnò lievemente, come se fosse d’accordo.

Girandosi verso la penombra del negozio, inspirò a fondo. L’odore della pioggia estiva all’esterno si scontrava con l’aria immobile dell’interno.

Quel contrasto rendeva l’atmosfera sospesa.

…

Mizuki si tolse la giacca leggera, respirando l’odore familiare del negozio. Il bancone era vuoto e pulito, pronto per la giornata. Fuori, il muro di pioggia cancellava i contorni delle case e delle botteghe di fronte, trasformando il vicolo in una scia fluida e grigia.

Passarono circa un paio d’ore prima che il temporale concedesse una tregua, riducendosi a un picchiettio costante.

Fu allora che il Doarin suonò di nuovo, questa volta con un rintocco secco e spezzato.

Sulla soglia apparve un giovane uomo.

Aveva i capelli inzuppati appiccicati alla fronte e le spalle bagnate. Stringeva contro il petto una borsa di pelle scura, come se contenesse qualcosa di fragile e prezioso. Mizuki notò subito le sue dita: erano lunghe, nervose, e tremavano leggermente mentre cercava di riprendere fiato.

Il ragazzo fece un passo avanti, lasciando una scia di gocce sul pavimento di assi.

«Buongiorno…» disse il ragazzo, con una voce resa leggermente roca.

«Buongiorno a te!» rispose Mizuki, accogliendolo con un sorriso calmo da dietro il bancone. «Benvenuto da Hyaku. Vuoi accomodarti? Ti porto qualcosa per asciugarti…»

Il giovane scosse la testa, avvicinandosi al bancone.

«La ringrazio, ma non importa. In realtà… sono venuto perché ho bisogno di aiuto. Mi hanno detto che questo posto è diverso dagli altri.»

«Dipende da cosa stai cercando…» rispose Mizuki, appoggiando le mani sul legno levigato.

Il ragazzo esitò. Poi, con cautela, infilò la mano nella tasca interna della giacca ed estrasse un piccolo fagotto avvolto in un fazzoletto di seta verde. Lo posò sul bancone e ne aprì i lembi. All’interno c’era un oggetto dall’eleganza sobria e moderna: un orologio da taschino dall’insolita cassa ovale in metallo argentato, liscia e satinata.

Il quadrante, di un bianco pulito dal vago riflesso spazzolato, presentava indici minimalisti a bastoncino neri al posto dei numeri. Al centro spiccavano le scritte nere “Seiko Quartz” e, più in basso, il logo stilizzato di un fiore a tre petali. All’anello superiore dell’orologio era legato un cordoncino di tessuto blu scuro, intrecciato con cura, che terminava con un nodo elaborato. Era un pezzo raffinato, privo di fronzoli antichi, ma infondeva una sensazione di profonda cura.

Mizuki notò subito che le sottili lancette d’argento erano completamente immobili, bloccate a metà del quadrante. Il silenzio che proveniva dall’orologio era assoluto.

Il giovane abbassò lo sguardo sul quadrante immobile, stringendo i denti per la frustrazione.

«È un regalo a cui tengo moltissimo. Lo porto con me come quando ho bisogno di un portafortuna, specialmente oggi che ho un’audizione importante. Ero così teso che non mi sono accorto che la batteria si è scaricata. Per caso, potete sostituirla? Non posso salire su quel palco senza il mio portafortuna funzionante.»

Mizuki tese la mano per prendere il fazzoletto di seta, sfiorando appena il metallo freddo della cassa ovale. Lo studiò per qualche istante sotto la luce della lampada, notando l’assenza di viti sul retro lucido.

«Certamente, posso farlo subito,» rispose lei con tono rassicurante. «È un meccanismo a pressione, serve solo un po’ di precisione.»

Il ragazzo lasciò andare un lungo sospiro, le spalle che finalmente si rilassavano sotto la giacca umida. Un’espressione di profondo sollievo gli distese i lineamenti del viso.

Mizuki si chinò dietro il bancone per tirare fuori una piccola scatola di legno chiaro contenente i suoi attrezzi.

Estrasse un panno in microfibra per non graffiare l’argento satinato, una pinzetta dalle punte finissime e un piccolo coltellino con la lama corta e smussata, specifico per scalzare i fondelli degli orologi.

Posizionò l’orologio a testa in giù sul panno morbido. Cercò con l’unghia lungo il bordo sottile della cassa e individuò la minuscola scanalatura quasi invisibile sul retro. Con mano ferma, inserì la punta dello strumento d’acciaio nell’incavo e fece una leggera leva verso l’alto. Un piccolo clic metallico e secco ruppe il silenzio del negozio; il coperchio posteriore si sollevò, rivelando la guarnizione di gomma nera e il cuore del movimento al quarzo protetto da un anello di plastica bianca.

«Questo orologio ha una linea splendida…» commentò Mizuki mentre, usando la pinzetta con estrema delicatezza, sollevava l’anello distanziatore per liberare l’alloggio della batteria.

Il ragazzo sorrise, lo sguardo perso oltre la vetrata ad arco, dove la pioggia cominciava a diradarsi. «Sì, è molto bello. Mia madre me lo ha regalato tre anni fa, il giorno in cui mi sono diplomato alla Tokyo University of the Arts, la nostra accademia di musica. Voleva che portassi sempre con me l’eleganza della semplicità e il valore del tempo. Dice sempre che una melodia si costruisce con il tempo e che ogni nota ha bisogno del suo spazio e del suo silenzio.»

Mizuki ascoltava in silenzio, concentrata sul lavoro. Con la punta della pinzetta toccò la minuscola molla d’acciaio che teneva ferma la piccola batteria a bottone d’argento.

La cella scarica scattò fuori dal suo alloggio con un piccolo balzo. La prese e la mise da parte, poi cercò nei cassettini una batteria nuova della stessa misura, verificando il codice impresso sul metallo lucido.

«Deve essere una persona molto saggia, tua madre!» disse Mizuki, inserendo la nuova batteria nell’alloggio rotondo e spingendola delicatamente verso il basso fino a sentire lo scatto della molletta di blocco.

Prima di richiudere il fondello, girò l’orologio per guardare il quadrante. La lancetta aveva ripreso a muoversi, avanzando con piccoli scatti precisi e regolari. Il ticchettio, un battito quasi impercettibile, era tornato a riempire l’aria tra di loro.

…

Il giovane guardava la lancetta dei secondi muoversi, e i suoi occhi si riempirono di una malinconia profonda.

«Ci fu un momento, l’anno del diploma, in cui volevo mollare tutto…» confessò, appoggiando i gomiti sul bancone di ciliegio e intrecciando le dita lunghe.

«Mancavano poche settimane all’esame finale e io mi sentivo completamente svuotato. Più mi esercitavo, più mi sembrava che le mie mani fossero di pietra. Sentivo i miei compagni di corso suonare con una tecnica mostruosa, una precisione millimetrica. Io, invece, provavo solo un senso di inadeguatezza che mi toglieva il fiato. Decisi che non mi sarei presentato. Pensavo che la musica non facesse per me.»

Mizuki ascoltava attenta.

«Mia madre non mi disse nulla, non mi rimproverò…» continuò il ragazzo, abbassando lo sguardo.

«Si limitò a sedersi accanto a me sul panchetto del pianoforte. Mi mise davanti questo orologio, ancora nella sua confezione, e mi parlò con una calma che non dimenticherò mai.

Mi disse: ‘È normale avere paura. Quando si arriva alla fine di un lungo percorso, la strada che hai alle spalle scompare e davanti a te vedi solo una nebbia fitta e incerta. Ti sembra di non essere pronto, di non valere abbastanza. Ma quella che provi non è incapacità, è solo il peso del futuro che bussa alla porta. Non è giusto gettare al vento anni di sacrifici, notti insonni e lacrime solo perché l’ignoto ti spaventa. Questo orologio non ha un’ordinata sequenza di numeri sul quadrante, eppure cammina lo stesso. Ti dice che il tempo va avanti, e tu devi fare lo stesso, un passo alla volta, portando con te tutto ciò che hai costruito fino ad oggi’.»

Il ragazzo trasse un profondo respiro, e per la prima volta da quando era entrato nel negozio, le sue spalle si rilassarono completamente.

«Quelle parole mi restituirono il fiato. Non pensai più all’esame, ai voti o ai giudizi. Suonai e basta, un passo alla volta. Superai il diploma, e da allora questo orologio è il mio promemoria personale, oltre ad essere un portafortuna.»

Mizuki sorrise dolcemente, colpita dalla forza semplice di quel ricordo.

Con un movimento deciso, riposizionò il fondello d’argento sulla cassa dell’orologio e premette con i pollici fino a sigillarlo. Pulì la superficie lucida con il panno e tese l’oggetto al pianista.

«La paura è tornata oggi per l’audizione, vero?» gli chiese con voce pacata.

Il ragazzo prese l’orologio, stringendolo nel pugno. «Sì. Ma ora… sento che posso farcela.»

…

Il ragazzo infilò l’orologio nella tasca interna della giacca, proprio sopra il cuore.

«Grazie mille!» disse, accennando un profondo e rispettoso inchino.

«Fai buon viaggio!» rispose Mizuki, ricambiando l’inchino con un sorriso sereno. «E ricorda le parole di tua madre: un passo alla volta.»

Il giovane pianista strinse la borsa degli spartiti sotto il braccio, si voltò e si avviò verso l’uscita. Quando aprì la porta, il Doarin sopra la porta emise un suono quasi allegro, come se fosse un augurio.

Fuori, il temporale era passato. Le nuvole si stavano lentamente aprendo, lasciando filtrare i primi raggi di un sole estivo e timido che faceva scintillare le pozzanghere.

L’aria era ancora densa di quell’odore di terra bagnata, ma adesso sembrava più leggera.

Mizuki rimase a guardarlo dalla vetrata ad arco mentre si allontanava con passo deciso, la schiena dritta e la testa alta, scomparendo dietro l’angolo della via, pronto ad affrontare il suo futuro.