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Tra ritorno e oblio

Il sole del primo pomeriggio entrò nel negozio con una luce più lenta e calda di quella del mattino.

Non era più curiosa come all’alba. Ora si distendeva sui ripiani con una calma più piena, come se conoscesse già il posto.

La porta era rimasta chiusa abbastanza a lungo perché il silenzio tornasse a occupare ogni spazio tra gli oggetti. Sul bancone, accanto al quaderno di Mizuki, la custodia in cuoio bruno era rimasta dov’era stata lasciata.

L’uomo se n’era andato da qualche ora.

Quando aveva richiuso la porta alle sue spalle, il Doarin aveva vibrato con un suono più lungo del solito, come se stesse salutando qualcuno che avrebbe impiegato del tempo a tornare. Si erano parlati ancora per qualche minuto sulla soglia.

Si erano dati tempo. Mizuki avrebbe guardato la macchina con calma, cercato il modo giusto per farla tornare a funzionare.

L’uomo aveva annuito senza fare altre domande.

Mizuki rimase per qualche momento in piedi davanti al bancone, come faceva spesso prima di iniziare qualcosa.

La Rolleiflex l’aspettava lì, nella custodia di cuoio aperta: allungò una mano, lasciò che le dita sfiorassero il cuoio della custodia, sentendone il calore. Poi la sollevò con cautela, e si sentì osservata da quella doppia lente. Spostò il quaderno di lato, facendo spazio a un panno di lino bianco che stese sul legno del bancone come una tovaglia per un ospite di riguardo.

Sapeva che riparare un oggetto simile non significava solo sostituire ingranaggi. Significava ripercorrere i gesti di chi l’aveva usata, decifrare le esitazioni dell’otturatore e la stanchezza delle molle.

«Vediamo dove ti sei fermata…» sussurrò, e la sua voce si perse tra gli scaffali, senza disturbare nessuno.

Mizuki osservò le lamelle dell’otturatore attraverso la lente frontale, una ragnatela di metallo scuro che non accennava a muoversi. Sapeva che il tempo non si limita a passare; a volte si deposita in modo ostinato, soprattutto su oggetti come quello. Aveva trasformato il lubrificante, che un tempo rendeva fluidi i movimenti, in una resina appiccicosa, sigillando il cuore della macchina in un sonno forzato. Era il destino di molte macchine rimaste troppo a lungo nelle loro custodie.

Con un sospiro leggero, prese un piccolo cacciavite da uno dei cassetti del bancone.

«Hai solo bisogno di scioglierti un po’», mormorò Mizuki, mentre lavorava.

Inizialmente non successe nulla. Poi, dopo diversi tentativi, ci fu un piccolo sussulto, un movimento incerto come un battito di ciglia. Mizuki continuò con pazienza, asciugando i residui scuri portati a galla dal solvente, finché le lamelle non ricominciarono a scivolare l’una sull’altra con precisione. Solo allora riavvitò le lenti, sentendo il metallo tornare al suo posto senza sforzo. Una volta pulite, sembravano aver ritrovato la loro trasparenza originale, pronte a guardare di nuovo il mondo.

Prese un rullino di prova da dentro la custodia e lo inserì nella macchina. Il suono del trascinamento della pellicola era ora fluido e regolare, un segno che gli ingranaggi avevano ripreso a lavorare in armonia. Chiuse il dorso con uno scatto deciso.

Sollevò la Rolleiflex, aprì il mirino a pozzetto e guardò il mondo riflesso sul vetro smerigliato. Tutto appariva nitido e luminoso. Puntò l’obiettivo verso alcuni degli scaffali e premette il pulsante.

Il suono dell’otturatore fu rapido e preciso.

Mizuki sorrise. «Respira di nuovo.»

…

Quel pomeriggio il negozio era immerso in una quiete densa. La luce del tramonto, radente e carica di un arancio bruciato che ricordava i riflessi sui tetti di tegole vecchie, filtrava attraverso le tende. Il profumo del legno, caldo e avvolgente, con quella nota elegante che Mizuki aveva imparato a riconoscere, sembrava trattenere l’aria dentro una campana invisibile, proprio mentre fuori la città iniziava a cambiare aspetto.

Mizuki stava riordinando il ripiano vicino alla finestra, sul quale aveva deciso di collocare gli oggetti “che non chiedono di essere venduti, ma ascoltati”.

Era il momento in cui i passi dei lavoratori si facevano frettolosi e le botteghe vicine abbassavano le saracinesche, ma proprio mentre Mizuki stava per indossare lo zaino, un’ombra lunga tagliò il pavimento e il campanello sulla porta tintinnò, annunciando un visitatore inatteso.

L’uomo che varcò la soglia portava addosso i segni di un tempo lungo e paziente.

Rimase fermo per qualche secondo, trasformando la sua sagoma in un’ombra. Sembrava stesse misurando la distanza esatta tra il passato e il presente.

Tra le mani stringeva una piccola scatola di cartone, consumata agli angoli.

«Buonasera…» disse, con voce era gentile. «Mi hanno detto che qui… si possono lasciare le cose che non si vogliono buttare via.»

Mizuki inclinò leggermente il capo.

«Sì…» rispose lei, quasi in un sussurro.

L’uomo si avvicinò al bancone e appoggiò la scatola con delicatezza. Le sue mani grandi, rimasero un istante sul coperchio.

Quando aprì la scatola, la luce del crepuscolo colpì il vetro di un carillon. Sotto la teca, un re e una regina in miniatura, vestiti di velluto cremisi e broccato dorato. Danzavano.

«È un oggetto che ha viaggiato in molti silenzi» disse con un sorriso stanco. «Le dispiacerebbe se… se le facessi sentire la sua voce, prima di lasciarlo qui?»

Mizuki accennò un timido segno di assenso, colpita dalla solennità di quella richiesta. «Mi farebbe piacere ascoltarlo.»

Con un gesto lento, estrasse il carillon da dentro la scatola, lo appoggiò delicatamente sul bancone e caricò la molla. Tre scatti metallici e poi la melodia si liberò nell’aria: un valzer dolcissimo, dalle note limpide che parevano gocce di pioggia su una superficie di cristallo.

Sotto la teca, il re e la regina iniziarono la loro danza circolare, mentre l’ultimo raggio di sole colpiva lo zaffiro sulla base di legno, accendendolo di un blu profondo come l’oceano.

Mizuki sollevò lo sguardo, restando immobile mentre la musica riempiva il silenzio del negozio.

L’uomo, sentendo quella melodia, sorrise appena; un’espressione che sembrava venire da molto lontano. «Era di mia moglie…» aggiunse.

Non c’era bisogno di spiegare altro, eppure lui continuò, come se la melodia gli desse il coraggio di liberarsi di un peso.

«Glielo regalai il giorno in cui ci dissero che… avrebbe iniziato a dimenticare.»

Le sue parole non tremavano, erano ferme come pietre levigate dal fiume. «All’inizio erano cose piccole. Un appuntamento. Un nome. Poi… il resto. Tutto il resto.»

Fuori, il cielo sopra Hyaku virava definitivamente verso un rosa violaceo, mentre l’eco del carillon continuava a girare, custode di un ricordo che l’uomo non poteva più sostenere da solo.

…

La diagnosi arrivò come un temporale estivo, improvviso, inaspettato e sicuramente inevitabile: Alzheimer. All’inizio avevano deciso di scherzarci su: prima una battuta sulle chiavi dimenticate nella toppa della porta di casa, successivamente sulle parole che le restavano sulla punta della lingua.

Ma poi arrivò quel giorno, il giorno in cui il velo si squarciò definitivamente.

Erano entrambi in salotto, lui seduto su un divano futon, lei era in piedi davanti al camino spento, con un panno di lino tra le mani. Stava togliendo la polvere da sopra la mensola, un gesto metodico.

Si soffermò sul carillon, girando la chiave per azionarlo. La melodia iniziò a srotolarsi nell’aria, limpida e armoniosa, ma per lei era diventata solo un rumore metallico, una sequenza di note senza nome.

Lo sollevò per pulirne la base, un gesto che aveva compiuto un numero infinito di volte. All’improvviso, le sue mani si fermarono. Restò immobile, con l’oggetto sospeso a pochi centimetri, fissando le figure del re e della regina, frammenti di un mondo che non riconosceva più.

Chi erano?

Perché quel minuscolo uomo di legno portava in testa una corona?

E perché quella donna sembrava guardarla con una tristezza così familiare?

Lo straccio le scivolò dalle dita. L’uomo si avvicinò per aiutarla, ma quando posò una mano sulla sua spalla, lei si voltò di scatto. Nei suoi occhi non vide il calore di cinquant’anni di vita insieme, ma un vuoto spaventoso, una nebbia fitta.

Lo guardò con una cortesia distaccata, quasi formale: “Mi scusi… lei chi è? E cosa ci fa in casa mia?”

Il silenzio che seguì fu rotto solo dall’ultimo, flebile rintocco della melodia del carillon.

In quel momento l’uomo capì che la donna che amava stava scomparendo, un pezzo alla volta, come un castello di sabbia portato via dalla marea.

…

L’uomo guardò il carillon un’ultima volta. Mizuki non disse nulla. Sapeva che certe storie non chiedono risposte, ma solo un luogo dove poter riposare.

«Ora capisce perché non posso più tenerlo con me…» disse lui, con una voce che sembrava un soffio di vento . «Ogni volta che lo guardo, io torno a quel pomeriggio in salotto. Torno a quelle uniche due domande che mi hanno strappato il cuore.»

Mizuki annuì lentamente, sentendo il peso di quell’oggetto: «Non sarà solo un oggetto su uno scaffale. Lo prometto.»

L’uomo accennò un sorriso di ringraziamento e si strinse nel cappotto, raddrizzando le spalle come se, lasciando quella scatola, avesse consegnato anche una parte della sua stanchezza.

«Grazie per aver dato una casa ai miei silenzi!»

Si voltò senza aggiungere altro. Il suo passo, diretto verso l’uscita, era più leggero, quasi volesse scivolare via prima che il buio della sera inghiottisse del tutto il negozio.

Mizuki rimase ferma a guardare la sagoma dell’uomo che svaniva.

Fuori era ormai buio, e tra le mura di Hyaku restava l’eco di quella danza interrotta, di una vita che si rifiutava di essere dimenticata per sempre.