
Il legno del cassetto scivolò con un sommesso gemito familiare, un attrito morbido che Mizuki conosceva a memoria, richiudendosi lentamente sul Kanzashi regalatole della signora Chiyo.
Per un lungo istante, la ragazza rimase con la mano sospesa sul pomello di ottone, incapace di staccarsene davvero, come se quel gesto potesse suggellare il definitivo ritorno alla normalità del negozio.
Nell’aria ristagnava una scia sottile di olio di camelia, il profumo tipico che le donne della generazione di Chiyo usavano ancora per disciplinare i capelli raccolti sulla nuca. Era una fragranza antica, che sapeva di pulito, di pettini di bosso e di un tempo scandito da rituali rigorosi.
Mizuki abbassò lo sguardo sul bancone vuoto, avvertendo il silenzio della stanza farsi improvvisamente più denso. Quel dono inaspettato le pesava sul cuore, ma non di un peso opprimente; era piuttosto la gravità dolce e malinconica dei legami appena accennati, di quelle intese che nascono tra sconosciuti tra un pomeriggio e un altro.
…
Fuori, il tardo pomeriggio stava scivolando via, inghiottito dall’ombra imponente delle montagne boscose.
Attraverso la vetrina, il mondo esterno sembrava perdere i suoi contorni netti; l’aria stessa si faceva densa, saturandosi di quella tipica umidità pesante che risaliva dai fiumi e dai canali di pietra quando il sole tramontava dietro le distese geometriche dei tetti d’ardesia.
Era il momento del giorno in cui la luce smetteva di illuminare e cominciava a ricordare, tingendo ogni cosa di un colore perlato che cancellava i confini tra le cose concrete e i fantasmi del passato.
All’interno del negozio, il tempo sembrava obbedire a leggi diverse.
Il fumo sottile di un incenso al legno di sandalo, acceso da Mizuki ore prima, continuava a salire in spire pigre e ipnotiche da un piccolo bruciatore. Quel velo aromatico danzava nell’ultimo, obliquo raggio di luce che trafiggeva la stanza. In quella lama d’oro, miliardi di minuscoli granelli di polvere galleggiavano nell’aria, e, per un ultimo istante, illuminava i profili dei mobili in legno laccato, i vecchi specchi e le tazze da tè in esposizione.
…
Mancavano poco meno di due ore al momento in cui Mizuki avrebbe girato il cartello sulla porta e spento le lanterne esterne, quando il silenzio venne spezzato.
Il piccolo campanello d’ottone sopra la porta tintinnò, un suono che vibrò a lungo nell’aria satura di incenso, richiamando la ragazza al presente.
Sulla soglia, incorniciati dalla poca luce rimasta in strada, apparvero due anziani. Entrarono muovendosi all’unisono, tenendosi vicini con una consuetudine antica; le loro spalle si sfioravano a ogni passo, come a cercarsi e a sostenersi a vicenda non solo contro il peso degli anni, ma contro la sottile timidezza che li assaliva varcando la soglia di quel luogo sconosciuto.
Non possedevano la postura fluida e la confidenza istintiva di chi era nato e cresciuto tra quelle strade strette. Nei loro sguardi curiosi, c’era la cautela tipica degli ospiti che sanno di dover chiedere il permesso a una terra nuova prima di potersi sentire, finalmente, a casa.
L’uomo teneva sotto un braccio una scatola di cartone.
«Buonasera!», disse la donna, passandosi una mano sulla piega della gonna, un gesto automatico per darsi contegno.
«Buonasera!», ricambiò Mizuki.
«Ci scusi, sappiamo che è quasi orario di chiusura…», proseguì, rivolgendo a Mizuki un piccolo inchino.
«Vede… ci siamo trasferiti da pochissimi giorni in una vecchia casa, proprio dove la strada comincia a salire verso il bosco. È una dimora antica, rimasta disabitata per anni prima che la acquistassimo.» la donna sollevò lo sguardo, fece una breve pausa, scambiando uno sguardo d’intesa con il marito.
«Oggi pomeriggio…» disse l’uomo, poggiando una scatola sul bancone «…mentre cercavamo di pulire la mansarda per fare spazio alle nostre cose, ci siamo imbattuti in questo…»
«Ha un’aria così… solenne. Sentivamo che era profondamente ingiusto lasciarlo ancora lì, dimenticato e chiuso al buio a raccogliere la polvere del tempo. Così, abbiamo pensato che un posto come questo fosse la sua meta naturale.» disse la donna, estraendo dalla scatola uno specchio di bronzo.
Era un antico E-kagami, uno specchio a mano giapponese.
Mizuki lo sollevò, girandolo per esaminarne il retro; osservò il ricco bassorilievo che lo decorava.
La scena era dominata dalla sagoma nodosa di un pino centenario, con gli aghi incisi uno a uno nel bronzo. Sotto i rami, una gru riposava sul terreno, mentre una seconda gru volava ad ali spiegate nella parte alta del disco.
Accanto al volo dell’uccello, incisi in verticale, spiccavano alcuni caratteri kanji, la firma dell’artigiano che lo aveva creato secoli prima.
Il manico rettangolare mostrava i segni del tempo: era interamente rivestito da sottili strisce di bambù intrecciate, ormai ingiallite e scurite nei punti in cui le mani lo avevano stretto più spesso.
Mizuki ruotò il polso per guardare la faccia specchiante.
Come immaginava, lo specchio era ormai cieco. La superficie che un tempo rifletteva i volti era diventata opaca e segnata da graffi circolari causati da vecchi tentativi di lucidatura. Non rimandava l’immagine del negozio, né quella del viso di Mizuki; sembrava solo trattenere la penombra del crepuscolo.
Mizuki sollevò lo sguardo incontrando gli occhi attenti dei due anziani.
«È un pezzo magnifico», disse la ragazza, la voce calma che risuonò nel silenzio del negozio.
«Si tratta di un E-kagami del periodo Edo. I motivi del pino e delle gru sono auguri di lunga vita e felicità. Chi lo ha posseduto lo ha custodito con cura per molto tempo.»
L’anziana donna accennò un sorriso, stringendosi al braccio del marito.
«Allora speriamo che porti fortuna anche a questo negozio, signorina. Nella nostra nuova casa… beh, quell’oggetto sembrava fuori posto… Sa, venendo dal mare, non siamo abituati a questa intensità del passato.»
L’uomo schiarì la voce e fece un passo avanti. «Non vogliamo denaro. Nella mansarda c’erano molte cose vecchie, ma questa ci è sembrata speciale. Volevamo solo assicurarci che trovasse, come noi, una nuova casa.»
«Lo accetto volentieri…», rispose Mizuki, inchinandosi profondamente. «Cercherò di ripulire il bronzo e di restituirgli la dignità che merita. Poi, farò di tutto per trovargli una nuova casa.»
I due anziani parvero visibilmente sollevati. Si inchinarono a loro volta, grati della comprensione della ragazza.
«Grazie, signorina!», sussurrò la donna. «Buona fortuna per il vostro lavoro.»
Con un inchino di congedo, i due anziani si diressero verso l’uscita.
Il campanello d’ottone sopra la porta tintinnò un’ultima volta quando uscirono, lasciando entrare una ventata di aria umida che fece sfarfallare la fiammella della candela sul bancone.
…
Mizuki rimase sola. Fuori, i lampioni della via si accesero uno dopo l’altro.
La ragazza tornò dietro il bancone. Prese da sotto il ripiano un flacone di olio leggero e un panno di cotone morbido, pulito. Versò poche gocce sulla stoffa e iniziò a passarla sulla superficie dello specchio, seguendo con cura i solchi circolari lasciati dal tempo. Lavorò con pazienza, concentrandosi prima sul manico di bambù, poi sul retro in bronzo.
Sotto l’azione del panno, il profilo contorto del pino e le piume delle due gru ritrovarono una sfumatura calda, un riflesso dorato che l’ossidazione verde aveva nascosto per decenni.
Sulla faccia anteriore, quella cieca, insistette più a lungo, ma l’opacità rimase densa, come una barriera impenetrabile.
Mizuki si fermò, capendo che quello specchio aveva deciso di non voler più riflettere il mondo.
Sollevò l’oggetto si spostò verso l’ingresso. Vicino alla porta di ingresso, sulla sinistra, si trovava una libreria in legno scuro, destinata ai pezzi più piccoli e delicati. Mizuki scelse il terzo ripiano dal basso.
Mizuki fece un passo indietro, osservò la nuova disposizione e, soddisfatta, si preparò a chiudere il negozio per la notte. Afferrò il cartello appeso al vetro della porta e lo girò, mostrando verso la strada la scritta “Chiuso!”.
Subito dopo, allungò la mano per spegnere le due grandi lanterne di carta che illuminavano la vetrina principale. Il negozio si lasciò andare alla penombra, calda e soffusa.
Mizuki si mosse verso il retrobottega, fermandosi un’ultima volta davanti al bancone. Con un soffio leggero spense la candela, lasciando che un ultimo filo di fumo bianco salisse verso il soffitto, poi tese le dita e premette la punta ardente del bastoncino di incenso contro la cenere del bruciatore, estinguendo anche quel piccolo punto di luce rossa.
L’odore di sandalo rimase sospeso nell’aria, mentre la ragazza varcava la soglia della stanza sul retro. Lì, nel silenzio, sfilò il grembiule da lavoro e indossò il soprabito. Prese lo zaino e la chiave del negozio dal tavolo.
Si voltò verso l’interruttore generale della parete, pronta a spegnere le ultime luci del retrobottega e a uscire.
Fu in quel millesimo di secondo che il silenzio venne squarciato.
Sopra la porta d’ingresso, il Doarin tintinnò in modo inaspettato.
