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Nel silenzio dell’alba

L’alba non era ancora riuscita a scaldare il grigio dei marciapiedi quando Mizuki arrivò nei pressi del negozio. L’aria portava con sé l’odore umido della città che si svegliava a fatica, quel misto di pietra fredda e caffè appena macinato che saliva dalle primissime serrande alzate.

Intorno a lei, il quartiere iniziava a sgranchirsi: il fornaio due porte più in là stava disponendo le prime ceste di pane croccante, e il suono secco del metallo che scorreva sulle guide delle botteghe vicine scandiva il ritmo di un rito antico. Mizuki si strinse nel suo cardigan di lana. I suoi passi, svelti ma leggeri, risuonavano con una cadenza rassicurante sul selciato ancora lucido di rugiada.

Mentre cercava le chiavi nello zaino, sorridendo tra sé per il solito caos che regnava lì dentro, il mazzo di chiavi rispose finalmente con un tintinnio metallico. Fu proprio in quel momento, che si accorse di una sagoma ferma accanto alla vetrina.

Era una presenza familiare che sembrava la stesse aspettando con una pazienza gentile. Il ragazzo era appoggiato al muro, le mani affondate nelle tasche di un cappotto scuro e lo sguardo rivolto verso l’alto, come se stesse studiando il modo in cui la luce cercava di farsi strada tra i tetti. Quando la vide, un sorriso lento gli illuminò il volto, rendendo quel mattino d’un tratto molto più luminoso.

Era il proprietario della Rolleiflex rimasta ferma in negozio.

«È molto presto…» disse lei, e la sua voce suonò stranamente chiara nel vuoto della via.

«Il tempo ha un modo strano di scorrere quando si aspetta qualcosa che non si può più usare…» rispose lui.

Mizuki infilò la chiave nella serratura e spinse la porta, che si aprì con un sospiro pesante. Si scostò di lato, tenendo la porta aperta con la spalla, e gli rivolse un sorriso incoraggiante.

«Entri pure!» disse, mentre il Doarin sopra le loro teste emetteva un rintocco limpido, come se il negozio gli stesse dando il buongiorno. «La sua Rolleiflex ha finalmente smesso di dormire. Mi è sembrato che avesse una gran voglia di tornare a scattare fotografie…»

Il ragazzo varcò la soglia con un passo quasi reverenziale, come se temesse di disturbare la quiete degli oggetti sugli scaffali. Si tolse il berretto, rivelando capelli un po’ scompigliati e uno sguardo che vagava subito verso il bancone, dove la macchina fotografica riposava.

Si fermò a metà strada e si voltò verso di lei, tendendo una mano con un gesto che sembrava voler colmare la distanza formale della volta precedente.

«Mi scusi per l’ora. È che non riuscivo a stare fermo ad aspettare l’apertura ufficiale…» disse con una nota di calore nella voce. «Comunque, io sono Ren. Non credo di averglielo detto.»

Mizuki posò lo zaino su una sedia e strinse la sua mano; era fresca per il vento dell’alba, ma la presa era solida e sincera.

«Piacere di conoscerti, Ren. Io sono Mizuki!» rispose lei, passando naturalmente a un tono più amichevole. «E non preoccuparti per l’orario. Qui dentro il tempo segue regole diverse.»

…

«Senti, Ren, visto che hai sfidato il gelo dell’alba, il minimo che io possa fare è offrirti qualcosa di caldo!» disse, dirigendosi verso il retrobottega. «Il negozio ci mette un po’ a scaldarsi e la ghisa della tua macchina non perdona le dita fredde.»

Sentì il rumore dei passi di Ren che si avvicinavano al bancone, lenti e curiosi. «Accetto volentieri!» rispose lui, la voce che rimbombava dolcemente tra gli scaffali.

Mizuki riempì il bollitore elettrico, il cui ronzio iniziò presto a coprire il silenzio del mattino, e prese due tazze di ceramica.

Tornò al bancone e trovò Ren a pochi centimetri dalla Rolleiflex. Non l’aveva ancora toccata; la stava studiando con gli occhi.

«Ti occupi di questo da molto, Mizuki?» chiese lui, sollevando lo sguardo. C’era una curiosità sincera nei suoi occhi, quelli di chi non vede solo una tecnica, ma un talento.

«Da quando ho capito che preferivo dedicarmi ai ricordi degli altri…» rispose lei, disponendo le tazze accanto al quaderno degli appunti.

Mizuki versò l’acqua bollente sulle foglie di tè, sprigionando un aroma erbaceo che si mescolò a quello del negozio.

…

Mentre il vapore del tè saliva dalle tazze in spirali, la luce fuori iniziò a cambiare. Il blu metallico dell’alba cedette il passo a un rosa pallido, quasi timido, che filtrò attraverso la vetrina alta del negozio.

Mizuki osservò come un raggio di sole, ancora debole, andasse a colpire esattamente la lente superiore della Rolleiflex. Il vetro sembrò accendersi, proiettando un piccolo arcobaleno tremolante sul bancone.

«Guarda…» sussurrò Mizuki, indicando il bancone con un cenno del capo. «La luce ti sta dando il segnale di partenza. È il momento migliore per vedere se abbiamo fatto un buon lavoro.»

Ren posò la tazza di ceramica ancora calda, e si avvicinò alla macchina. Questa volta non esitò.

Sollevò la Rolleiflex e, con un gesto fluido, aprì il mirino a pozzetto. Il piccolo scatto metallico del paraluce risuonò nel silenzio dell’alba.

«È incredibile!» mormorò Ren, restando a testa china sopra il mirino. «Tutto sembra… più vero, qui dentro.»

Si spostò leggermente, inquadrando la fila di vecchi libri sullo scaffale dietro Mizuki, poi si rivolse direttamente a lei.

«Posso?» chiese, sollevando la macchina fotografica verso di lei per un istante.

Mizuki non era abituata a stare dall’altra parte dell’obiettivo. Eppure, sentì che rifiutare avrebbe interrotto un ritmo perfetto.

«Solo se prometti che la colpa sarà della macchina, se non vengo bene…» scherzò lei, ma la sua voce aveva una nota di dolcezza.

Ren ridacchiò di seguito, chinandosi sul mirino a pozzetto. Lo vide regolare la ghiera della messa a fuoco con una precisione millimetrica; le sue dita si muovevano con una sicurezza che Mizuki riconobbe subito come quella di chi sa vedere la bellezza nel disordine.

«Resta così…» sussurrò lui. «Non muoverti…»

L’immagine di Mizuki appariva nitida e capovolta, incorniciata dai riflessi dietro di lei. La luce del mattino le accarezzava il profilo, e accendendo di un bagliore ramato i capelli.

Ren trattenne il respiro, il dito indice appoggiato sul pulsante di scatto. Poi, un clic secco, rapido come un battito di ciglia che catturò per sempre quel frammento di mattino.

Ren sollevò la testa.

«È tornata!» disse a bassa voce, facendo scorrere la leva di carica per il fotogramma successivo. «Grazie, Mizuki.»

Lei ricambiò il sorriso, sentendo un calore improvviso.

«Ora dovrei andare…» disse, sollevando lo sguardo verso l’orologio a pendolo che batteva il tempo contro la parete di legno. «Il mondo fuori sta iniziando a correre, ed io ho un rullino che non vede l’ora di essere riempito.»

Mizuki annuì, sentendo improvvisamente il peso del silenzio che sarebbe tornato a occupare il negozio dopo la sua uscita. Prese la tazza ormai vuota e la rigirò tra le mani, godendosi l’ultimo residuo di calore.

«Buona luce, Ren» rispose.

Lui si infilò il berretto e si diresse verso la porta, ma prima di aprirla per uscire si fermò. Frugò nelle tasche del cappotto e tirò fuori un piccolo cartoncino ruvido, piegato in due. Lo posò sul bancone, accanto al quaderno di Mizuki, facendolo scivolare con l’indice.

«Se ti va di vedere com’è venuta quella fotografia…» disse con un sorriso che questa volta gli illuminò interamente gli occhi. «…qui trovi il mio numero.»

Mizuki guardò il cartoncino. Era bianco, con un carattere semplice e pulito che riportava solo il suo nome e un recapito telefonico.

«Grazie!» rispose lei, cercando di mantenere un tono leggero.

Ren aprì la porta e il Doarin vibrò con un suono lungo e cristallino, salutandolo. Il rumore della strada entrò per un istante nel negozio, portando con sé l’energia di un nuovo giorno che iniziava.

Quando la porta si richiuse, il silenzio tornò a sedersi sugli scaffali, ma non era più lo stesso di prima. Sapeva di tè verde e di promesse. Mizuki rimase a guardare la sagoma di Ren che si allontanava oltre la vetrina, finché non divenne un puntino scuro tra la folla.

Poi, con un sospiro che somigliava ad un sorriso, prese il cartoncino e lo infilò tra le pagine del suo quaderno.

…

Il mattino si fece strada tra le imposte di legno verde del negozio; sembrava quasi voler riprendere possesso dei propri spazi dopo quella visita così precoce. La luce, ora radente e dorata, scivolava sulle superfici laccate di uno dei paraventi byōbu e accendeva i riflessi ramati del bollitore elettrico rimasto poggiato in un angolo.

Proprio mentre Mizuki si apprestava ad annotare nuove informazioni sul quaderno, l’ombra di qualcuno si stagliò contro il vetro smerigliato dell’ingresso. La porta scivolò di lato, lasciando entrare una ragazza che poteva avere al massimo vent’anni.

Aveva i capelli tagliati corti, un caschetto sbarazzino che le incorniciava il viso, ancora arrossato per il vento della strada. Rimase ferma per un istante, come se attraversare quella porta fosse stato più difficile del previsto. Poi una serie di passi esitanti.

Mizuki sorrise. «Buongiorno!»

La ragazza ricambiò il saluto, richiudendo piano la porta alle sue spalle. I suoi occhi, però, non si posarono subito sugli scaffali: tornarono invece verso la vetrina, come se qualcosa la stesse ancora chiamando da fuori.

«Prima, passando di qua, ho visto una cosa…» disse, avvicinandosi, «…proprio lì.»

Indicò verso il vetro.

Mizuki seguì la direzione del suo sguardo e lo riconobbe subito.

Tra gli oggetti esposti, leggermente nascosto dietro una vecchia cornice, c’era un volume imponente dalla copertina rigida, rivestita di tela color crema ormai ingrigita dal tempo. Lungo i bordi correva un’intricata cornice di fregi dorati, rami intrecciati che sembravano proteggere il titolo come un antico cancello di ferro battuto: “Le Fiabe Più Belle – Una raccolta per sognare”.

Al centro della copertina, un’illustrazione dai colori pastello ormai sbiaditi, parlava di regni lontani, ma per la ragazza aveva il sapore di casa. Gli angoli del libro erano smussati e il dorso mostrava i segni di mille letture, con piccoli fili che spuntavano come cicatrici di un tempo felice.

Mizuki lo sollevò con cautela. Era un libro pesante, di quelli che richiedono entrambe le mani per essere sostenuti, quasi a sottolineare l’importanza delle storie custodite al suo interno.

«È… uguale ad uno che avevo da piccola!» sussurrò la ragazza, sfiorando con l’indice il profilo del castello disegnato. «O forse è proprio lui.»

Mizuki si avvicinò alla vetrina, fece scivolare il pannello laterale e prelevò il volume. Lo portò sul bancone, dove la luce del mattino ne accendeva i fregi dorati.

«Dici che è lui?» chiese Mizuki, osservando la ragazza.

Le sue dita tremavano leggermente mentre sfioravano la tela ruvida della copertina, seguendo il profilo del castello sbiadito. «Se è davvero il mio… dentro, tra le pagine, dovrebbe esserci qualcosa. Mia nonna non sopportava che si piegassero gli angoli dei fogli.»

La ragazza prese fiato e aprì il libro. Le pagine scricchiolarono, liberando quel profumo di carta antica e tempo immobile. Le illustrazioni di boschi e cieli stellati scorrevano sotto i suoi occhi finché, arrivata a metà del volume, si fermò di colpo.

Lì, incastrata tra le fibre della carta, c’era una piccola ala che spuntava dal margine.

Con dita agitate, la ragazza estrasse l’oggetto. Era proprio lei: un origami, una farfalla bianca, piegata con una precisione d’altri tempi.

«È lui… è proprio il mio vecchio libro!» sussurrò la ragazza, e la sua voce sembrò vibrare insieme all’aria immobile del negozio.

Mizuki rimase a guardare, immobile dietro il bancone. In quel momento, un raggio di sole più deciso tagliò l’aria densa di pulviscolo e investì l’origami.

«Allora forse non è stato il libro a chiamarti oggi…» disse Mizuki, rompendo il silenzio con una dolcezza insolita. «Forse è stata lei a volerti ritrovare.»

La ragazza sollevò lo sguardo, e in quell’istante la distanza di tutti quegli anni si annullò in un solo respiro.

«Mia nonna diceva che ogni storia ha il suo tempo per essere letta, ma solo una ha il potere di venirti a cercare…» sussurrò. «Me lo leggeva ogni sera, finché le parole non diventavano il confine del mio sonno.»

Si fermò, fissando l’origami. Per anni aveva pensato che fosse solo un gioco di carta, un segnalibro dimenticato tra i boschi incantati e le creature magiche.

«Non è solo un libro di fiabe, vero?» chiese la ragazza, voltando l’ultima pagina.

Mizuki non rispose subito. Si limitò a raddrizzare le spalle e a indicare un punto nell’ombra, oltre il bancone, dove la scala a chiocciola spariva nel buio del piano superiore.

«Io penso…» mormorò Mizuki, «…che quella farfalla non ha ancora finito di raccontarti la sua storia.»

Sapeva che, da quel momento, le vecchie fiabe che la nonna le leggeva non erano più soltanto inchiostro e nostalgia: tra le sue dita, l’ultima pagina si era appena trasformata nel primo passo di una storia tutta sua. E quei segreti sussurrati prima di spegnere la luce, che per anni erano state un rifugio d’infanzia, stavano improvvisamente reclamando un posto nel presente.